Un tirocinio "per caso", ovvero un incontro di cose, eventi e persone che sconvolge il normale susseguirsi della quotidianità

Un tirocinio "per caso", ovvero un incontro di cose, eventi e persone che sconvolge il normale susseguirsi della quotidianità

Il mese scorso vi abbiamo presentato Eleonora, ora che ha finito il suo tirocinio nell'Area Migrazioni Forzate vi riportiamo le sue bellissime parole che ci raccontano la sua esperienza.

Ho scoperto ATAS un po’ per caso. Anche se si potrebbe dire che il caso non esiste. Si tratta semplicemente di cose, eventi, persone, che si intersecano in una combinazione tale per cui avviene qualcosa di speciale, un incontro dal quale nasce qualcosa che sconvolge il normale susseguirsi della quotidianità. Così è stato per me.

Studentessa al secondo anno di laurea magistrale in “Didattica dell’italiano a stranieri” all’Università per Stranieri di Siena, residente in Val di Fiemme. Alla ricerca di un ente presso il quale svolgere il mio tirocinio formativo, mi sono imbattuta quasi subito nell’associazione e, dopo essermi brevemente informata sulle attività che svolge, ho contattato l’ufficio. Mi è stato subito proposto di collaborare con l’Area che si occupa di migrazioni forzate e io ho accettato, convinta che questa potesse essere un’occasione molto speciale per passare un periodo di tirocinio fruttuoso. Le mie mansioni a me affidate erano semplici: incontri di formazione, andando a seguire un corso di italiano una volta in settimana per richiedenti asilo a Rovereto, tenuto da un’altra docente, e incontri-lezione di italiano gestiti da me con la collaborazione degli operatori di Atas, assieme agli ospiti del progetto.

Non ho mai visto me stessa come una persona che potesse lavorare in un ambiente sensibile come l’accoglienza e l’integrazione di migranti, soprattutto se immigrati che hanno alle spalle storie difficili e delicate che li hanno portati dove si trovano a cercare protezione e accoglienza. Credevo di essere troppo sensibile, troppo empatica per rimanere distaccata, evitare il coinvolgimento emotivo. E invece ho scoperto che non è così, che avevo idealizzato quella che avrebbe potuto essere un’esperienza coi migranti. Da insegnante, non dovendo aver a che fare direttamente con le storie personali passate delle persone, ma solo con la lingua, l’emotività e l’empatia svolgono un ruolo un po’ diverso. Diventano gli strumenti coi quali creare un legame di fiducia con l’ospite-apprendente e un ambiente tranquillo dove egli può sentire di essere preso in considerazione, dove c’è qualcuno lì, apposta per lui per aiutarlo nel suo progetto di inserimento.

Quest’esperienza mi ha fatto capire che in fondo sì, se in futuro mi si presentasse ancora l’occasione di insegnare italiano a migranti, lavorerei volentieri con questa tipologia di pubblico, di cui nelle mie quattro settimane e mezza di tirocinio ho potuto conoscere le particolarità, nel bene e nel male. È vero, magari le persone che seguivo non erano sempre puntuali nel rispettare gli orari delle lezioni, e alcune volte nemmeno si presentavano, ma ho trovato da parte loro una forte motivazione ad apprendere l’italiano che, per un insegnante di lingua, è uno dei fattori più gratificanti.

Molte sono le cose che ho imparato io stessa in questo breve periodo: nuove nozioni di geografia, scrivere al contrario pur di non dover girare due volte il foglio che spesso avevo per scrivere parole specifiche, anche guidare in città. Ma soprattutto ho imparato molto su me stessa, sulle mie capacità e sui miei limiti e come poter sfruttare entrambi. Il tirocinio viene offerto come un’opportunità per sperimentare il mondo di lavoro, ma anche per mettersi alla prova, per sfidare e conoscere meglio se stessi.

Come dicevo all’inizio di questo breve contributo, il cosiddetto “caso” crea le condizioni affinché eventi e persone si intersechino e creino qualcosa di nuovo e speciale. Così è stata per me quest’opportunità di tirocinio, nella quale ho potuto offrire le mie conoscenze e capacità per fare qualcosa di concreto come insegnare l’italiano, e dal quale io per prima ho potuto ricavare qualcosa. Qualcosa che va ben oltre i crediti formativi previsti dalla mia università.