“Prof, ma allora i diritti non sono uguali per tutti?”
Una mattina in classe dopo il gioco dei passaporti. La campanella è appena suonata. I ragazzi della 3D sono ancora seduti ai banchi. Qualcuno parla piano, qualcuno sfoglia il quaderno. Io li guardo e rompo il silenzio.
Prof D:
“Allora ragazzi… com’è andata stamattina?”
Federico:
“Strana, prof. Io pensavo che con il passaporto si potesse fare tutto. Invece no.”
Sara:
“A me ha fatto impressione vedere quanti diritti cambiano solo perché sei nato in un posto diverso.”
Annuisco. È proprio questo che il gioco dei passaporti, ideato e condotto dall’Equipe Migrazioni Forzate, ha fatto emergere: una cosa che sembra lontana, all’improvviso diventa concreta. Basta una carta in mano, un ruolo da interpretare, e ti ritrovi a chiederti: perché io sì e lui no?
Prof D:
“Vi ha colpito qualcosa in particolare?”
Luca:
“Sì. Che alcuni di noi hanno genitori di altri Paesi, parlano benissimo italiano, vivono qui da sempre… ma non hanno la cittadinanza.”
Nella nostra scuola – l’Istituto Comprensivo Rovereto Sud – questo tema non è astratto. È quotidiano. È una scuola multietnica, ricca, dove tanti ragazzi sono super integrati ma non hanno la cittadinanza italiana. Eppure, finché non ci si ferma a riflettere, sembra quasi “normale”.
Giulia:
“Io non sapevo nemmeno di avere il doppio passaporto. Poi a casa ho chiesto.”
E non è stata l’unica. Dopo il laboratorio, molte domande sono uscite dall’aula e sono arrivate nelle famiglie. Il gioco di ruolo ha acceso una curiosità nuova, ha reso i ragazzi protagonisti.
Prof Cristina:
“Avete notato come vi siete immedesimati?”
Marco:
“Quando avevo il passaporto di un altro Stato… ci sono rimasto male. Tipo…puoi venire in Italia, ma la tua patente non vale. O non puoi fare il volontario.”
Anche i ragazzi più sicuri, quelli che di solito fanno finta che “non gliene importi”, si sono fermati a pensare. Mettersi nei panni degli altri ha fatto emergere la complessità, senza bisogno di grandi discorsi.
E non è successo solo a loro. Anche io, come insegnante, ho scoperto cose nuove. Ad esempio che a 18 anni c’è una finestra di tempo per richiedere la cittadinanza. Ne abbiamo parlato in classe, e ho invitato i ragazzi a raccontarlo anche a casa, ai fratelli più grandi…che non se la perdano!
Prof Cristina:
“Secondo voi, perché è stato importante fare questo gioco?”
Federico:
“Perché ti fa pensare sia agli altri che a te stesso.”
È vero. Si è smossa l’attenzione verso l’altro, ma anche verso la propria storia. Qualcuno, a fine anno, ha persino inserito il laboratorio nella tesina finale, parlando del Mediterraneo e delle migrazioni.
Mi ha fatto pensare che a volte noi adulti mettiamo troppe etichette. Per i ragazzi, invece, la diversità di provenienza è una caratteristica, non un problema. Per questo cerchiamo di raccontarla come un valore aggiunto, anche attraverso la geografia, la storia e i testi narrativi.
L’incontro con l’equipe migrazioni forzate – con la loro presenza attenta, il gioco, le domande – ha lasciato un segno. Non solo per quello che i ragazzi hanno imparato, ma per quello che hanno sentito…alla data di oggi il mio calendario geniale infatti dice: “C’è solo una cosa più difficile del dire ciò che si pensa, ed è dire ciò che si prova”.
Prof Cristina:
“Se doveste riassumere l’esperienza in una frase?”
Sara:
“Che i diritti non dovrebbero dipendere da un passaporto.”
Li guardo. E penso che sì, interventi educativi così servono davvero. Perché non danno solo informazioni, ma aprono spazi di pensiero. E quelli, a scuola, sono preziosi.