“Una Comunità Intera” la storia di Yousuf
Ogni anno nel progetto di accoglienza per i richiedenti asilo “Una Comunità Intera” ci incontriamo almeno una volta fra tutti gli operatori coinvolti. Quest’anno ci siamo incontrati a gennaio perché, dopo 6 anni dalla nascita del progetto UCI abbiamo voluto fare il punto della situazione. È stato un momento molto partecipato in cui, alla presenza di circa 50 persone tra operatori d’accoglienza, operatori delle aree trasversali, amministratori e coordinatori, abbiamo dato uno sguardo ai dati relativi all’accoglienza ed alle caratteristiche degli ospiti che abbiamo accompagnato negli ultimi anni. Il nostro operatore Giulio Lorenzi ha avuto modo di presentare e raccontare il progetto stesso da un punto di vista accademico, a seguito del suo lavoro di ricerca tesi di laurea magistrale in “Metodologia, organizzazione e valutazione del servizio sociale”. In questo interessante momento di incontro tra tanti professionisti che lavorano sullo stesso progetto a diverso titolo, ci hanno accompagnato 3 storie che provano a dar voce al punto di vista degli ospiti.
Una di queste storie era quella di Yousuf, un ragazzo marocchino di 23 anni.
“Fanculo l’Italia!
Il viaggio è stato un incubo. La rotta balcanica ti distrugge, ti ruba l’anima e ti lascia solo la stanchezza e una voglia furiosa di farcela. Ora sono qui. L’asfalto è il mio letto. È freddo, sempre.
Dentro, ho una brace che brucia. È la rabbia. La sento nelle ossa, nello stomaco vuoto. Sono arrabbiato con tutti. Con quelli che mi hanno promesso un futuro e con l’Europa che mi dice “Aspetta”. Ma la verità, quella che non dico a nessuno, è che sono spaventato. Molto. La rabbia è solo il modo in cui la mia paura urla.
Quando sono arrivato, avevo un piede messo male. La gente del Gris mi ha curato. Loro sono l’unica parte del sistema che mi ha toccato senza chiedermi documenti o pazienza. Almeno il dolore fisico è un po’ passato.
Ma la testa non passa. Per questo vado al Centro Astalli. C’è uno sportello psicologico. Mi siedo di fronte a una donna gentile. Parliamo. O meglio, lei mi ascolta mentre io cerco di non esplodere.
“Mi dicono che devo stare calmo” le dico. “Come posso essere calmo? Non ho un posto! Ho attraversato il mondo per essere qui e sono in strada.” Fatima traduce le mie parole, frequento il corso di italiano ma esprimere quello che ho dentro in questa lingua è impossibile.
Intanto quelli dello sportello legale, stanno lottando per me. Mi parlano di “ricorsi”, di “richiesta d’asilo”. Sono parole vuote. Sono il mio futuro in burocratese, lento e incomprensibile. Mi dicono che devo portare pazienza anche lì.
E poi c’è l’attesa più atroce: il dormitorio. Sono in lista. Ogni sera, prima che faccia buio davvero, il mio stomaco si contrae in un nodo. Un letto. Quattro mura. Un posto dove chiudere gli occhi senza la paura costante che qualcuno mi svegli, mi cacci, mi derubi. Aspetto un messaggio, una chiamata, arriverà?
Tutti mi dicono la stessa cosa. È la frase che sento da mesi, da quando ho messo piede in questo continente:
“Yousuf, devi stare calmo.”
Calmo? Io sono arrabbiato!
Io non posso stare calmo. Essere calmo è un lusso per chi non ha fame, per chi ha un tetto sopra la testa. Io sto lottando. La mia rabbia è la mia energia, è l’unica cosa che mi tiene sveglio e mi impedisce di crollare.
Se dovessi essere calmo, accetterei tutto. Accetterei l’ingiustizia, il freddo, l’essere invisibile. E io non accetterò. Non fino a quando non avrò la mia dignità.
Finché non avrò un letto, la mia paura sarà la mia rabbia. E la mia rabbia sarà la mia unica, dannata, compagna.
Arriva una chiamata, c’è un posto per me nel progetto UCI.
Salgo sulla macchina, mi portano nella mia nuova casa, 10, 15, 20, 30 minuti… dove sono?
“Benvenuto a Castellano Yousuf”…………………… Sono arrabbiato!”